GIORNO PER GIORNO 9 giugno - Gli alberi-inquilini di Hundertwasser

9 giugno 1973

Gli alberi-inquilini di Hundertwasser

Una lettera di Friedensreich Hundertwasser al curatore della XV Triennale di Milano Giulio Macchi illustra il progetto degli Alberi-inquilini, opera con cui l’artista austriaco dimostra le possibilità concrete e reali di praticare un’architettura urbana organicamente rispettosa della natura e partecipe della sua salutare esistenza negli spazi urbani moderni.



Dopo un periodo di isolamento passato sul Regentag, la barca che aveva acquistato e ristrutturato, e di rientro da un viaggio in Nuova Zelanda, la partecipazione di Hundertwasser alla Triennale di Milano coincide con un momento chiave nel suo percorso artistico, che origina nella nativa Vienna del secondo dopoguerra. Fortemente influenzato dalle lussureggianti linee dello Jungendstil e dalle vedute urbane di Egon Schiele, il giovane pittore innamorato della bellezza naturale del mondo sin dagli inizi – quando si chiamava ancora Friederich Stowasser – si era schierato contro la pittura moderna, le cui sperimentazioni formali reputava studiate a tavolino per l’esclusivo circuito culturale. Lui invece predicava e praticava una pittura ‘della bellezza’, in grado di dare corpo visibile a scenari di splendida armonia tra uomo e natura, praticabili e ancora possibili nella moderna società tecnologica e consumistica solo a condizione di accogliere di nuovo le leggi della natura senza soffocarle con l’abbraccio mortale della modernità urbana.


La pittura di Hundertwasser, fatta di disegni organici e spesso basata sulla forma della spirale come simbolo dell’interconnessione tra l’umanità e il mondo che la circonda, rifiuta categoricamente la linea retta, che per lui era il simbolo dell’alienazione urbana moderna, visibile in particolare nella predominanza assoluta delle anonime architetture razionaliste. Nell’appassionata battaglia creativa di Hundertwasser “vi sono milioni di linee, ma una sola è veramente portatrice di morte: la linea tracciata con la riga”. I suoi quadri rappresentano spesso palazzi razionalisti, con le loro griglie tutte uguali, senza identità, ammassati e anonimi. L’edilizia razionalista costringe ad una vita standardizzata e le regolamentazioni urbanistiche uccidono la creatività individuale, riducendo l’essere umano a condizioni abitative sterili che ne compromettono benessere e dignità.


Nel 1958 stila e propone il suo Manifesto dell’ammuffimento – Via da Loos, dove contrappone alle direttive razionaliste dettate dall’architetto Loos agli inizi del secolo la muffa come esempio di costante rigenerazione organica non pianificata derivato dai processi di decadenza naturale. “L’inabitabilità materiale e tangibile delle baraccopoli è preferibile all’inabitabilità morale dell’architettura utilitaria e funzionale. Nelle cosiddette baraccopoli solo il corpo umano può essere oppresso, ma nella nostra moderna architettura funzionale, presumibilmente costruita per l’essere umano, l’anima dell’uomo sta morendo, oppressa. Invece dovremmo adottare come punto di partenza per migliorarci il principio della baraccopoli, un’architettura che si sviluppa selvaggiamente in modo lussureggiante, non funzionale” sostiene Hundertwasser. La sua lotta contro l’architettura moderna è in verità la lotta contro l’alienazione della vita moderna che ha separato l’uomo dalla natura, trattata da ostacolo o al massimo da risorsa da sfruttare anziché come il regno in cui ci è dato di abitare e che potrebbe essere paradisiaco se solo ci accordassimo armonicamente ad esso senza prevaricarlo.


Ecologista ante-litteram, negli anni ‘50 a Parigi Friedensreich Hundertwasser, adottato ormai questo nome che significa ‘ricco di pace/cento acque’, conduceva una vita parca che lo faceva apparire eccentrico: lavorava nei campi o da qualche fornaio in cambio di pochi soldi e di prodotti della terra o farine che gli consentivano di farsi da mangiare. Produceva artigianalmente il materiale per dipingere, macinando pietre e altri materiali di recupero, così come costruiva le cornici per i suoi quadri con legni riciclati, cosa che faceva storcere il naso negli ambienti dei galleristi e dei collezionisti. Si faceva da solo anche abiti che si potevano usare double-face per durare di più e sandali che calzava tutto l’anno. Viveva felicemente con poco, aveva già capito che lo spreco consumistico era la causa della deriva della modernità. Le sue partecipazioni a mostre ed eventi erano spesso accompagnate da accesi discorsi radicali che lo resero figura controversa anche presso gli estimatori della sua pittura.



Viaggiando dall’Europa al Giappone fino agli stati Uniti e alla Nuova Zelanda con pochi mezzi, tramite la pittura e la grafica Hundertwasser era stato in grado di immaginare soluzioni abitative alternative, simbolizzate nelle sue immagini dalla diversificazione delle finestre nei palazzi e dalla presenza di alberi negli agglomerati urbani e sui tetti. Ma per lui la vera responsabilità dell’artista d’avanguardia non si limitava all’immaginare alternative ma ambiva a proporre soluzioni reali che rendessero quelle alternative praticabili. Si dedica dunque ad elaborare nuove possibilità di affrontare le problematiche della vita moderna, concentrandosi sull’architettura e l’urbanistica, su questioni igieniche ed ecologiche (dalla produzione di rifiuti alle questioni energetiche). E finestre ed alberi sono gli alfieri della sua militanza. Elabora prima il manifesto Diritto alla finestra, con cui reclama per ciascuno il diritto di utilizzare e decorare a proprio piacimento le pareti esterne delle finestre della propria abitazione per tutta l’estensione del proprio braccio, come affermazione della propria individualità e unicità nello spazio urbano, integrandosi attivamente ad esso. La proposta diventa persino esperimento urbano-sociologico quando un programma della tv austriaca segue Hundertwasser che modifica le finestre esterne di tre diverse famiglie.



Al diritto individuale alla finestra fa da contropartita il Dovere dell’albero, con cui Hundetwasser teorizza la necessità di introdurre gli alberi come condomini dei palazzi residenziali e non. Nella visione ecologica organica dell’artista “Erba e alberi dovrebbero crescere in città su tutti I piani orizzontali, vale a dire ovunque cadano pioggia e neve dovrebbe esserci vegetazione, sulla strada e anche sui tetti. Il piano orizzontale e’ il regno della natura; l’uomo non dovrebbe avere il diritto di entrare ne’ di intervenire dove cresce qualcosa in orizzontale”. Siccome però l’umanità ha ampiamente contravvenuto a questa legge naturale, ha ora il dovere riparatore di inserire il verde negli spazi verticali che si è costruita. Albero Inquilino, l’installazione di 15 alberi in un condominio di via Manzoni a Milano in occasione della Triennale del 1973, è il primo esempio reale di una pratica che Hundertwasser replicherà in vari edifici in diverse parti del mondo negli anni futuri.


Nella lettera a Giulio Macchi che precede il suo arrivo a Milano, Hundertwasser spiega come tecnicamente gli alberi debbano essere piantati nei balconi del palazzo, con accorgimenti isolanti precisi e specifici test di misurazione di pesi e resistenze dell’edificio. L’installazione dell’albero inquilino deve essere accompagnata dalla realizzazione di apposite tubature per tutta l’altezza dell’edificio, di modo che le acque raccolte dagli alberi nel terreno del tetto, defluiscano per essere parzialmente purificate e riutilizzate dall’uomo e parzialmente servano agli alberi inquilini ai vari piani. Come ogni inquilino che si rispetti l’albero paga il suo affitto “con l’ossigeno, la riduzione della polvere, come sistema antirumore, creando quiete, distruggendo veleni, purificando l’acqua piovana inquinata, portando felicità, salute, farfalle, bellezza e con molte altre monete” scrive Hundertwasser per concludere “Tutto ciò è quantificabile in denaro ed è più di quanto possa pagare un inquilino con un assegno”.



L’impegno di Hundertwasser nell’elaborare soluzioni eco-sostenibili lo porterà pochi anni dopo ad aggiungere al diritto alla finestra e all’ecosistema condominiale degli alberi inquilini la toilette compostante, che ne diventa parte integrante, producendo l’humus che nutre il verde nel complesso abitato. Le idee innovative di Hundertwasser, che non era architetto, negli anni successivi vengono adottate in diverse costruzioni, sia quando da ‘medico dell’architettura’ interveniva in edifici esistenti che considerava deprimenti, che nella progettazione da zero di complessi residenziali pienamente funzionali eppure rivoluzionari nell’adozione di soluzioni abitative ecosostenibili sorprendentemente riuscite. Come nel suo capolavoro, la Hundertwasserhaus di Vienna realizzata tra il 1983 e il 1985, un complesso che ospita 53 appartamenti e 16 uffici, un centro medico per i residenti, un parco per i bambini al centro, gli alberi inquilini che escono dai balconi, i colori diversi all’esterno di ogni appartamento, i pavimenti ondulati e irregolari. Un complesso dove oggi la pace degli inquilini è turbata solo dal numero di turisti che lo visitano.


Instancabile attivista impegnato sul fronte di numerose battaglie ecologiste con discorsi teorici, interventi pratici e posters, rimane impossibile contare il numero di alberi che Hundertwasser ha piantato nella sua vita, sia in manifestazioni ecologiste di natura simbolica che nelle sue realizzazioni di commissioni pubbliche e di costruzioni private. Come da suo desiderio è ora seppellito sotto un liriodendro nella sua tenuta in Nuova Zelanda, dove viveva gran parte dell’anno dal 1972, grazie ad un permesso speciale accordato alla sua espressa richiesta dalle autorità locali. “Alberi e uomini hanno qualcosa in comune. Entrambi hanno una posizione eretta e costituiscono un ponte fra cielo e terra” era convinto Hundertwasser “Per questo esiste una fratellanza tra alberi e uomini: sono fratelli nel percorso evolutivo dell’universo”.


Pulp – The Trees (live at Eden Project 2002)


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