GIORNO PER GIORNO - 8 settembre 1954 Tommy’s: Sbatti il mostro in prima pagina!

Una retata della polizia di San Francisco al bar Tommy’s Place e all’annesso 12 Adler, punti di ritrovo della comunità lesbica in città, porta all’arresto delle due proprietarie Grace Miller e Joyce Van de Veer e ad una campagna mediatica incentrata sul sensazionalismo che avrà un ruolo fondamentale nell’acutizzare il pregiudizio e la persecuzione contro l’omosessualità.


Detective della buoncostume

con stanchi occhi sadici

cercano le checche

I degenerati

come dicono alcuni.

Ma Dio, la Natura

o qualcuno

li ha fatti così.

È una poliziotta o una Lesbica

quella laggiù?

Dove?

(Langston Hughes)


È un mercoledì sera come tanti al Tommy’s Place sulla Broadway di San Francisco. Le clienti, alcune in abiti o gonne e altre in giacca e pantaloni e coi capelli corti, animano gli spazi del bar e del locale nel sottoscala adiacente, il 12 Adler Place, che affaccia su Columbus Avenue. Al bancone del bar le avventrici vengono servite da una barista donna, cosa inusuale per i tempi, dato che la professione era bandita al sesso femminile a meno che non si fosse proprietarie del posto. E infatti è proprio Grace Miller, proprietaria insieme alle socie Joyce Van de Veer e Jeanne Sullivan, a servire al bar quella sera quando la polizia fa irruzione nel locale con un mandato contro di lei e contro Joyce Van de Veer, entrambe incriminate per somministrazione di alcolici a minori. Nel corso della perquisizione la polizia ritrova sotto i tubi del lavandino nel bagno del 12 Adler Place un kit di eroina e le due vengono arrestate.





L’irruzione e i conseguenti arresti furono il risultato di un’indagine iniziata qualche mese prima, a marzo, a seguito del ritrovamento di due ragazze adolescenti “in preda ad avvelenamento da narcotici” in un appartamento in Haight Street. Nel corso dell’inchiesta vennero interrogate una dozzina di adolescenti e il fornitore di droga venne identificato nell’afroamericano Jesse Winston, che fu arrestato il primo settembre, e una settimana dopo il Tommy’s Place subì il trattamento riservato ad un avamposto criminale dove le ragazze venivano irretite ed iniziate al vizio, secondo la retorica moralista approssimativa e semplicistica imperante all’epoca.


Il Tommy’s Place e 12 Adler Place facevano parte di un fiorente microcosmo di locali gay che davano un punto di ritrovo e un senso di comunità e appartenenza ai gay nella San Francisco dei primi anni Cinquanta nonostante il fuoco incrociato della polizia locale, di quella militare e della California Board of Equalization che poteva revocare le licenze per ogni minima effrazione. In tutti gli Stati Uniti la deliberata caccia a qualsiasi tipo di violazione con metodiche e sempre più frequenti irruzioni era in realtà finalizzata non tanto a sconfiggere crimini specifici quanto ad annientare il fenomeno che la stampa dell’epoca etichettava come dei “deviati sessuali”, invocando a lettere cubitali “Necessaria un’azione di pulizia”.


Del resto, in un’epoca in cui la vita sociale delle persone gay era osteggiata e confinata ai bar e una nuova ondata omo e transfobica nella società vedeva l’omosessualità come malattia infettante, fu facile associarla tanto automaticamente quanto sommariamente ad alcool, droga e prostituzione e al pericolo che questi vizi corrompessero i minori e li portassero alla delinquenza e alla perdizione.


Per mesi dopo gli arresti, e ancora di più dopo il processo cominciato a dicembre, i giornali di San Francisco dedicarono ampio spazio al racconto degli eventi, con una dovizia di particolari scabrosi e con titoli sensazionalistici: “Adolescenti raccontano l’Accademia del vizio”, annunciava il San Francisco Examiner: intimorite e probabilmente inibite dalla vergogna, alcune ragazze chiamate a testimoniare in udienza dichiararono di essere approdate al Tommy’sPalce per curiosità, quasi “per gioco” perché ne avevano sentito parlare da qualche compagna di scuola come del posto dove si potevano incontrare lesbiche. Ma una volta introdotte ad un ambiente dove si sentivano accettate e sicure, ognuna aveva liberamente espresso la propria identità sessuale. Quello che era un delicato percorso di autoconsapevolezza veniva ridotto dai giornali alla scelta di indossare abiti maschili o femminili.


Le ragazze di solito portavano con sé pastiglie di benzedrina, marijuana e alcolici. Le loro serate proseguivano anche fuori dal Tommy’s Place, per esempio nell’appartamento di Jesse Winston, luogo descritto da un articolo come un ambiente degno del romanzo pulp di più bassa lega, dove si poteva persino trovare lo scandaloso romanzo Having a Wonderful Crime di Craig Rice aperto sul divano. Ma la parte del leone nelle cronache giornalistiche venne affidata alla costruzione narrativa del Tommy’s Place - e perestensione di tutti i bar gay - come di una vera e propria accademia del vizio, con tanto di reclutamento e iniziazione di giovani la cui unica colpa era quella di essere ingenue, curiose ma sprovvedute.


Nel corso del processo Van derVeer venne assolta dall’accusa di aver fornito droga alle minorenni, ma Grace Miller, che la sera era al bancone a servire, venne condannata a sei mesi di prigione per vendita di alcolici a minori. Le cronache descrivevano il Tommy’sPlace come il punto di mediazione dove le minorenni potevano consumare illecitamente alcolici, incontrare il loro spacciatore e dove venivano rifornite di droga. A niente servirono le testimonianze delle ragazze che esibivano documenti falsi per poter passare per maggiorenni e consumare alcolici. Un poliziotto che partecipava alle irruzioni ebbe modo di confermare come fosse difficile capire dal loro aspetto che fossero adolescenti. E irrilevanti furono le dichiarazioni per cui nessuno al Tommy’s avesse presentato Jesse Winston, il presunto spacciatore, alle ragazze. Perché questo era solo il condimento per la portata principale di questo banchetto nel sordido, ovvero l’introduzione delle ragazze all’omosessualità.


L’efficace retorica del vizio aveva ormai attecchito sull’opinione pubblica al di là dei fatti reali e di eventuali comprovati crimini in sede processuale, al punto tale che persino il capo del dipartimento minorile della polizia di San Francisco ebbe modo di notare come la stampa avesse esagerato il pericolo reale e giocato sulla falsa connessione tra omosessualità, crimini sessuali e delinquenza minorile. Negli anni successivi il neonato Sottocomitato del Senato per la delinquenza minorile usò questa narrativa del Tommy’s Place come evidenza di quel falso nesso inscindibile, alimentando l’ansia sociale intorno alla comunità gay e incoraggiando la persecuzione dei bar gay.





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