GIORNO PER GIORNO 3 giugno - Zoot suit: RRRiot!

3 giugno 1943 – 3 giugno 1996

Zoot suit: RRRiot!



Los Angeles sera del 3 giugno 1943, marinai americani bianchi destinati a partire in guerra nel Pacifico scatenano una prima aggressione contro gruppi di adolescenti e giovani messicani: per la guerra c’è sempre un colpevole e un nemico a portata di mano. Caccia a chicanos, neri, filippini e italiani che non adottano l’obbligo del risparmio di stoffa e indossano gli zoot suit, pantaloni ampi con le pinces e giacche lunghissime, cappelli tipo Tando o Pork Pie, il tipico completo reso famoso dagli anni ’30 nell’Harlem dei Jazzisti swing. Gli scontri durano quasi una settimana e si estendono in varie città degli Stati Uniti, Dallas, Chicago, Detroit, New York, passano alla storia, tra i mille e un milione di casi di violenza razzista bianca col nome di Zoot Suit Riots.


Dopo più di cinquanta anni una band dallo strano umorismo triste e conflittuale nei testi, quanto scatenato e divertente nei ritmi, porta all’attenzione americana, quei fatti dimenticati, seppelliti sotto montagne di retorica bellica. Dai primi giorni di giugno del 1996, in una impressionante geometrica progressione, i Cherry Poppin’Daddies arrivano in un anno a vendere un milione e mezzo di copie del loro album “Zoot Suit Riot”, compilation dei brani swing dei tre dischi precedenti che comprendono il singolo con lo stesso titolo. Una miscela di Swing scatenato e Ska-punk, reso dal vivo come un’azione teatrale zappiana mescolata alle irruente performance di combo giamaicani tipo Skatalites e il revival inglese di Selecter e Specials della Two Tones a cavallo degli anni Settanta e degli Ottanta. Un successo inspiegabile agli occhi della critica musicale, che costringe a farsi la domanda : che roba erano gli zoot suit e che tipo di scontri sono legati a un modo di vestire e alla musica?


Il film musicale Stormy Weather con un cast interamente afroamericano deve ancora uscire in sala, esattamente un mese dopo gli scontri di Los Angeles del 1943, ma attori e musicisti come Bill Robinson, Fat Waller e Cab Calloway, sono famosissimi come il loro stile, esagerato e identitario. Soprattutto Cab Calloway musicista swing,jazz, blues, capo orchestra, compositore, ballerino e performer è identificabile con i suoi completi con giacche lunghissime, dalle spalle larghissime, pantaloni ampi, vita alta e bretelle, grandi pinces con un effetto danzante sia sul palco che durante una semplice passeggiata.


E’ uno stile che si fa risalire ad alcuni sarti, Harold C. Fox di Chicago, anche trombettista della Big Band di Charles Klein, Vito Bagnato di New York, Louis Letter di Memphis e Toddy Elkus di Detroit, una storia culturale afroamericana in cui confluisce musica, rivendicazione sociale e pura spavalderia e black pride. Una rabbiosa invidia per quanti trovano nei cataloghi postali tipo Sears gli stessi abiti proposti per scanzonati bianchi dei colleges, ma decisamente importabili e fuori luogo per elites e classe media bianca. Eppure lo stesso Cab Calloway nel suo Cat-ologue: A " Hepster 's" Dictionary del 1938 aveva definito l'abito zoot "l'ultimo in fatto di vestiti. L'unico abito civile totalmente e veramente americano".


Nel giro di un decennio, veicolati dal jazz e dallo swing nelle sale da ballo delle grandi città, i vestiti zoot erano diventati il massimo della stravaganza fashion non solo per gli afroamericani, ma anche per i messicani-americani, chicanos e latinos in genere e per altri lavoratori immigrati, soprattutto filippini e italiani.

In California, la moda che prende il nome con cui si definiscono i giovani di origine messicana, Pachucos ha anche una forte componente femminile. Molto comunitaria e identitaria le ragazze pachucas sono riconoscibili per i colori sgargianti, ampie gonne, spesso corte rispetto ai codici del tempo e acconciature con capelli così gonfi che come scrivevano i giornali mainstream “poteva nascondersi un’arma”.


Questa è da un po’ di tempo la prosa omologata dei media californiani nei confronti dei messicani. Le ragazze sono sfacciate, i ragazzi delinquenti, sfaticati e parassiti. Il caso che aveva dato il via a questa campagna di linciaggio mediatico era stato l’omicidio di un ragazzo messicano dopo una festa a opera di un presunto gruppo rivale che aveva portato all’arresto di una ventina di giovanissimi chicanos.


Los Angeles e tutta la California, come altri stati americani, nei primi anni della Grande Depressione, agli inizi degli anni Trenta, aveva visto l’espulsione (“il rimpatrio” venne chiamato) dei messicani, per il 70% neanche immigrati ma cittadini americani. Ma allo scoppio della guerra, le fabbriche e l’industria bellica che avrebbe risolto la crisi economica, avevano bisogno disperato di mano d’opera, a buon mercato e non sindacalizzata e ancora una volta la si era cercata oltre confine. Ma la convivenza con i nuovi arrivati, giovani e indocili non era proprio scontata per la maggioranza bianca che vedeva anche l’arrivo massiccio di altra mano d’opera afroamericana e asiatica. In tempo di guerra montava ancor più il razzismo. Il nemico poteva essere dappertutto e ognuno una possibile spia. Tutti i cittadini americani di origine giapponese erano stati internati.,gli italiani sotto sorveglianza, come filippini e asiatici in genere. Il terrore era l’imperatore giapponese che potesse sbarcare a Los Angeles grazie allo sbandierare sfrontato di qualche traditore o infiltrato, come suggerirà il film, commedia antibellica di Steven Spielberg “1941 Allarme a Hollywood” con John Belushi, Dan Aykroyd, Toshiro Mifune e Peter Cushing.



Come sempre e ancor più in momenti di guerra, risulta facile giocare con la paura, crearla e utilizzarla in chiave patriottica. E a Los Angeles il bersaglio è facile e le voci false ancor più facili da amplificare. I ragazzi chicanos non solo sono facilmente individuabili per l’abbigliamento, ma il solo indossarlo li rende colpevoli. La grande fabbrica di jeans americana, la Levi’s, con i suoi storici indistruttibili jeans da lavoro, non ancora diventati simbolo di identità giovanile ribelle, avevano dato l’esempio alla nazione: “Risparmio a tutti i costi!”. Non potendo rinunciare alle simboliche cuciture a V sulle tasche posteriori, per risparmiare sul filo giallo-arancio con cui erano tracciate, vengono dipinte con un piccolo pennello e colore per stoffa. Più pubblicità che risparmio reale, ma funziona nell’immaginario collettivo. Poco importa che l’arruolamento dei messicano-americani sia sovradimensionato rispetto alla comunità presente, ben cinquecento mila, il 17% della popolazione, contro il 10% di quella bianca. Loro sprecano stoffa!


La sera del 3 giugno 1943 un gruppo di marinai bianchi esce dall’Armeria della base navale, costruita proprio all’interno della zona abitativa messicana, provoca un gruppo di ragazzi. Volano bottigliate e colpi, arrivano altri marinai, centinaia e si scatenano in caccia agli Zootsuiters, spogliano ragazzini e adulti, li lasciano in mutande, scorrazzano per tutto il quartiere, e attaccano neri, latinos, filippini, italiani. La polizia lascia fare, anzi interviene, come spiega il docente universitario Louis Alvarez ricostruendo i fatti nel 2002 "cercando di ripulire Main Street da quella che consideravano l'influenza ripugnante delle bande pachuco". Quei vestiti oversize erano una sfacciata dichiarazione di libertà e di autodeterminazione. Nei giorni successivi, istigati dai media locali e poi nazionali, migliaia di militari armati di mazze da baseball e spranghe, a cui si unisono altre migliaia di cittadini biliosi della città, devastano bar e cinema, negozi e locali dei quartieri abitati dai messicani, ammazzano di botte chiunque si opponga, assaltano abitazioni, bruciano nelle strade pile di abiti zoot rubati ai proprietari.


La sera del 3 giugno 1996 Steve Perry, cantante, chitarrista e compositore è con Dan Schmid, bassista, entrambi fondatori dei Cherry Poppin’Daddies la band di Eugene, Oregon, nata tra rabbia punk e estensioni pasley, rivisitazioni sbilenche e influenze di country, rock, soul e funk e definitivamente orientata verso un focoso Swing-ska. Parlano dell’imprevisto successo del loro album, ricavato dal meglio dei tre dischi precedenti e intitolato come un pezzo swing che eseguono sempre sul palco: Zoot Suit Riot, un’incredibile hit radiofonico. Lo si inizia ad ascoltare ovunque, su qualunque stazione radio,a qualsiasi ora: “Non si riesce a toglierlo dal piatto”,come dice un dj mentre lo annunciava per l’ennesima volta.


Il primo loro concerto, ancora col nome Wiggles, significativamente ripreso da un brano dei funk attivisti Parliament, era stato a Springfield, in difesa degli operai in sciopero e tutta la loro storia era rimasta legata ai quartieri popolari della loro città. Avevano cambiato il nome, trasformandolo in Cherry Poppin’ Daddies, da un verso Jazz-jive, che il loro amico manager aveva supplicato di non adottare. Avevano caricato i primi show di scenografie e coreografie teatrali, insulse ed esagerate, provocatorie con l’occhio ai modelli Monty Python e Frank Zappa, con bandiere americane bruciate e tosaerba fallico cavalcato in scena, che porta al boicottaggio da parte di nazionalisti e femministe. I primi, nonostante intimidazioni e atti di violenza, vengono ignorati, alle seconde provano a dire di non aver saputo spiegare l’idea antisessista che conteneva nella sua ridicolaggine. Ma comunque rinunciano all’esagerato teatrino scenico optando per un solido e movimentato set in stile ska-band.


Sono cresciuto in una città molto strana. Era una città di classe molto povera, malandata e solitaria. C'era molta violenza e tristezza”, dice Steve Perry in un’intervista, “Quindi scrivo canzoni sulla mia gente e parlo di cose che ho visto crescendo... le mie canzoni hanno la tendenza ad essere compassionevoli, non ci sono stronzate, solo verità. Melodrammatico o no, è la verità e sto cercando di mostrare la verità alle persone a cui non piacciono i bastardi. Le canzoni parlano di persone che non hanno una possibilità. Do alle persone la speranza per continuare a combattere.”


La band ormai ha una formazione con sette elementi stabili con una sezione fiati e tastiere. A metà anni Novanta arriva a fare sino a duecento concerti l’anno in tour negli States. Poi il successo di Zoot Suit Riot. La gente balla e ripete le parole assieme a Perry che dice: “Mi concentro sempre sui testi, quindi vorrei che la fisicità della danza e la riflessività dell'ascolto potessero in qualche modo coesistere. La gente pensa che nel momento in cui inizi a battere i piedi devi staccare ogni significato”. I ragazzi e le ragazze che seguono la loro musica è costretta a chiedersi cosa fossero stati, e quando, perché i disordini legati allo stile swing e ai vestiti di un tempo.


Alla fine giugno del 1943, una volta che la giustizia americana aveva dichiarato gli aggrediti come delinquenti aggressori, dopo che i media bollarono persino la First Lady Eleanor Roosvelt come comunista per aver dichiarato i messicani di Los Angeles vittime di violenza razziale, dopo che il governo aveva espresso timore per un possibile mancato arrivo, in seguito alle violenze di giugno, di nuova manodopera messicana necessaria per le fabbriche, il sindaco di Los Angeles emise un’ordinanza che vietava l’uso di abiti zoot suit. I giornali locali avevano definito la violenza dei bianchi come “Azione purificatrice”, l’amministrazione comunale identificato Pachucos e Zoot suit con delinquenza. Due decenni dopo il movimento dei braccianti agricoli, il Movimento Chicano, come orgogliosamente verrà chiamato dai trascinatori degli scioperi dei braccianti agricoli in California, Texas e New Mexico, Cesar Chavez e Reies Tijerina, rivendicheranno le origini delle proprie lotte nella resistenza dei Pachucos.


I Cherry Poppin’ Daddies nel brano Hammerblow, parlano della vita difficile per chi si arrangia, per chi si muove in cerca di lavoro, dello spirito sindacale di base e della solidarietà e nel mezzo di un travolgente ritmo ska inseriscono un a strofa ben conosciuta: “E’ L’internazionale, futura grande umanità”


Cherry Poppin' Daddies - Zoot Suit Riot



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