GIORNO PER GIORNO 2 giugno - George Jackson a Angela Davis

2 giugno 1970

George Jackson dal carcere di Soledad scrive ad Angela Davis



“Carissima Angela (prima tra le uguali) questo è il quarto tentativo di arrivare a te. Gli altri erano scritti su fogli come questo. Dicevano tutti ‘Ti amo, donna africana’ e ben poco altro. Continuerò a tentare di arrivare a te nella vita che segue. Questo non possono impedirlo”.


George Jackson è in carcere ormai da dieci anni. Appena diciottenne beccato con un complice durante una rapina (70 $), mal consigliato si era dichiarato colpevole pensando di cavarsela con una condanna massima di un anno. Il giudice, visto il numero di micro reati compiuti sin da ragazzino, aveva emesso un verdetto che confermava la colpevolezza e una pena di un anno minimo con un massimo “per sempre”. Una condanna discrezionale, rinnovabile all’infinito. Un mostro giuridico che prescindeva dal reato, dalla sua gravità per attaccare la persona. Una volta all’anno una commissione, la Parole Board, si riuniva per verificare il comportamento del detenuto. Il complice uscì nel 1963, a Jackson la liberà sarà sempre negata.


“I neri nati negli Stati Uniti e così fortunati da vivere oltre l’età di diciotto anni, sono condizionati ad accettare l’inevitabilità del carcere. Per la maggior parte di noi, esso si profila, né più né meno, come la fase finale di una sequela di umiliazioni. L’essere nato schiavo in una società prigioniera e il non aver avuto alcuna base obiettiva di aspettative ebbe l’effetto di prepararmi alle disgrazie sempre più traumatiche che conducono tanti uomini di razza nera alle soglie del carcere. Ero preparato alla prigione. Occorrevano solo piccoli adattamenti psichici”. Racconta George Jackson in un’altra lettera al suo editore, otto giorni dopo la lettera ad Angela Davis, il 10 giugno, “Fui catturato e incarcerato quando avevo diciotto anni perché non potevo adattarmi. La cartella compilata dallo stato sulle mie attività sembra riferirsi a dieci uomini. Mi definisce brigante, ladro, borsaiolo, giocatore d’azzardo, vagabondo, tossicomane, bandito, artista della fuga, rivoluzionario comunista, assassino”.


Era nato a Chicago nel 1941 e la famiglia aveva cercato di farlo studiare assieme alle sorelle in una scuola privata di suore, un livello superiore a quello delle scuole pubbliche segregate per neri. Ma anche lì vigeva la segregazione e aule, cortili e ingressi erano ben diversi: i ragazzini bianchi li si poteva vedere da lontano oltre un’inferriata. George aveva iniziato a smarcarsi presto dagli obblighi scolastici e rubacchiava con altri ragazzi un po’ ovunque, negozi alimentari di quartiere e poi anche negozi in centro. Quando veniva beccato spesso se la cavava con una passata di botte, dal poliziotto, dal negoziante, in casa.


"La mia famiglia sapeva ben poco della vera vita che conducevo. In effetti vivevo due vite, quella con mia madre e le mie sorelle e quella nella strada. Di tanto in tanto venivo sorpreso mentre combinavo qualcosa, o con qualcosa che non avrei dovuto avere e mia madre me le dava. Scappai di casa mille volte, per non tornarci mai più. Vagabondavamo dappertutto nello stato; facevo quello che volevo (per tutta la mia vita mi sono regolato così). Quando giungeva il momento di spiegare, mentivo”.


Poi era nato il fratellino, dodici anni di differenza. E Jonathan era la sua vita, la ragione per non lasciare la famiglia, che trasferendosi a Los Angeles, quando aveva quindici anni, sperava di sottrarlo all’ambiente pericoloso che si era creato nella già pericolosa zona in cui erano relegati neri, latinos e bianchi poveri.


“I fatti gravi incominciarono ad accadere dopo che ci eravamo sistemati a Los Angeles, ma mio padre non mi abbandonò mai. Si vergognava di dovermi liberare versando cauzioni dopo i miei scontri con la legge, eppure era sempre lì”. A quindici anni il riformatorio, furto con scasso e tentata rapina finita con le ferite di due pallottole centrate su un intero caricatore sparato da un poliziotto che aveva voglia di farla finita una volta per tutte. Ospedale, poi in cella, poi fuori e ancora tentata rapina, carcere e fuga, con diabolica destrezza, uscito al posto di un altro “Ho imparato una cosa molto importante per la nostra lotta qui negli Stati Uniti: tutti i neri sembrano uguali agli occhi di certi bianchi. I bianchi tendono a sottovalutare grossolanamente tutti i neri, per abitudine. I neri hanno sopravvalutato i bianchi, per riflesso condizionato”.


E poi l’ultima fallita rapina di 75 $ che costerà a George Jackson la condanna a vita e poi la morte.


Nel mentre,

già in riformatorio aveva iniziato a studiare, a capire dove indirizzare la propria rabbia e ora capisce le parole del nonno che sin da piccolo lo aveva ammonito a non sprecare il suo tempo in risse con i fratelli neri del ghetto. Non ce l’ha con i bianchi, ce l’ha con il potere, con chi comanda, chi controlla l’economia, chi sfrutta. Legge di economia e sociologia, studia Franz Fanon, Marx e Engels e i classici del comunismo e della lotta di liberazione dei popoli contro il colonialismo. Aderisce al Black Panther Party e ne diventa il responsabile nazionale per le carceri.


Nel mentre

il fratellino cresce: Jonathan, il bambino uomo. Cresce pensando al fratello, all’ingiusta condanna, per tutte le provocazioni che George deve subire da guardie bianche e detenuti razzisti convinti della supremazia bianca.


Nel mentre

la politica dei pigs, amministrazione penitenziaria, giudici e guardie, si fa più feroce: secondo la direttiva (segreta e resa pubblica decenni dopo) diramata dall’FBI di Edgar Hoover gli elementi più in vista delle organizzazioni antagoniste dovevano essere eliminate in ogni maniera, annullati fisicamente, provocati e arrestati anche con accuse montate. Dopo gli arresti dei leader delle Pantere e dei militanti dell’American Indian Movement, degli studenti e l’uccisione di militanti e attivisti, si teme per l’incolumità di tanti.


George sa di essere nel mirino e in tanti temono per una militante diventata famosa, Angela Davis, comunista e Pantera nera, licenziata dall’Università per la propria militanza.


Il 13 gennaio del 1970, a Soledad, il carcere di massima sicurezza dove Jackson è rinchiuso, nel raggio O l’amministrazione inaugura un nuovo cortile. Da tempo avevano adottato una politica per aizzare i bianchi contro i neri, li invitavano a provocarli, a mettere merda e piscio o frammenti di vetro nel loro rancio, chiudevano gli occhi durante le aggressioni, secondo la visione per cui un carcere è più facile da controllare se i detenuti sono divisi tra loro e se si danno privilegi e protezione ad alcuni.


Con una strana e inconsueta prassi nel nuovo cortile fanno uscire contemporaneamente un gruppo misto. Dieci bianchi testa calda e sette neri tra cui quattro militanti vicini alle Pantere. Sulla torre una guardia, un tiratore scelto che allo scoppiare di una prevedibile zuffa spara e ammazza tre neri e ferisce un bianco. Inizia una protesta che coinvolge tutti i detenuti neri, molti bianchi e messicani: sciopero della fame. Tre giorni dopo il Grand Jury dichiara che la guardia ha sparato per legittima difesa. Nessun detenuto nero chiamato a testimoniare. Nessun atto reso pubblico. Mezz’ora dopo nel raggio Y dove sono rinchiusi i detenuti più attivi, tra cui Jackson, viene trovata una guardia moribonda. Tutti rinchiusi, cinque segregati e infine tre accusati, Geoge Jackson, John Clutchette e Fleets Drungo, i Fratelli di Soledad.


Quando George Jackson il 2 giugno del 1970 scrive ad Angela Davis lei ha da qualche tempo iniziato a frequentare sia il comitato di difesa dei tre militanti detenuti sia la famiglia di George, stabilendo un rapporto di amicizia col fratello, Jonathan, ormai diciassettenne. Lui si prende anche l’incarico di proteggere lei, più volte minacciata.


Angela Davis, come più volte ha raccontato in vita sua, aveva avuto la fortuna di avere genitori che si erano battuti per i diritti civili, che l’avevano mandata a studiare in Europa, alla Sorbonne e a Francoforte, dove aveva avuto docenti come Theodor Adorno, Jean Paul Sartre, Herbert Marcuse. Al suo ritorno in America aveva aderito al SNNC, l’organizzazione afroamericana degli studenti più radicali e dopo l’omicidio del reverendo Martin Luther King nel 1968 al Partito Comunista e intensificato il suo rapporto con le Pantere Nere. “Devo dire che quando sono stata coinvolta in organizzazioni come il Black Panther Party, sia mia madre che mio padre erano piuttosto sconvolti, soprattutto perché percepivano personaggi come Stokely Carmichael, Kwame Toure, H. Rap Brown con cui ero associato come rivoluzionari non credibili”, racconterà in un dibattito nel 2012. “E dico questo perché voglio sottolineare che i movimenti radicali e rivoluzionari devono sempre essere guidati dai giovani. E da chi non ha paura di identificarsi con l'audacia, la fantasia e il coraggio dei giovani”.


La sua è una militanza e un attivismo difficilissimo, visto il maschilismo e il sessismo che imperava in tutte quelle organizzazioni e che solo nell’agosto del 1970 le Pantere iniziarono ad affrontare con l’appello del loro presidente Huey Newton per cambiare comportamenti e linguaggi e con l’invito a un fronte comune non solo interetnico ma anche con le femministe e la comunità LGBTQ+.


Angela Davis era un personaggio pubblico, aveva fatto da interprete per il lungo tour di due mesi che lo scrittore francese Jean Genet, aveva fatto in appoggio alle Pantere, dopo essere entrato clandestinamente senza visto, dalla frontiera canadese. Bella, popolare, capace di affrontare a viso aperto qualunque dibattito, risoluta nell’azione era un punto di riferimento non solo per la comunità nera.


George l’ha conosciuta attraverso la famiglia, ha grosse difficoltà a farle pervenire le sue lettere, controllate, censurate, distrutte. Prima del 2 giugno le ha inviato altre tre lettere “Non hai molto tempo per scrivere, questo è comprensibile, ma confermami sempre ogni lettera che ricevi. Mi cruccio e per vari motivi. Vi sono molti ostacoli tra di noi, cemento armato e acciaio, paura e filo spinato. Non sarà ancora così a lungo. Quella dei ‘pigs’ è una razza morente, e di questi tempi sta trovando difficile fregare la gente. Se davvero hai bisogno di me, correrò al tuo fianco… subito, attraverso l’acciaio, il cemento armato, tutte queste cose. Sono inerti, morte, mancano di volontà e intelligenza”.


George Jackson teme per l’incolumità di Angela Davis, lei teme per l’incolumità di George. Jonathan JacKson, l’uomo bambino rivoluzionario ha paura per entrambi.


La lettera del 2 giugno 1970 ad Angela Davis termina così: “Ho udito il termine ‘negraccio’ 350 volte oggi. Non è che una parola, ma non capisco. Tutti i detenuti che la pronunciano sono piccoli, giovani delinquenti. Almeno tre di loro sono omosessuali dichiarati. Hanno paura ed è la paura a spingerli. Sanno di essersi spinti così oltre che non hanno niente da perdere. Hanno già sprecato in chiacchiere la loro vita. Suppongo che sia la stessa cosa per i ‘pigs’ e per gli uomini che creano i ‘pigs’. Sanno di essersi spinti troppo oltre e che il perdono è impossibile. Non possono essere ragionevoli adesso, a causa degli eccessi di ieri. È molto chiaro - non è vero? - quanto sta per accadere. Io lo accetto, è splendido. Domani.


Mi piace il modo che hai di fare le cose. Mi piace tutto di te. Ti amo. George”.


Due mesi dopo, la mattina del 7 agosto, al colmo dell’esasperazione e della paura per la sorte del fratello, Jonathan Jackson con un complice fa irruzione in un’aula di tribunale, dove si svolge un processo contro tre afroamericani tira fuori un fucile a canne mozze, tira ai tre delle pistole, prendono in ostaggio un giudice e chiede la liberazione dei Fratelli di Soledad. Nel conflitto a fuoco con la polizia, appena fuori, al parcheggio, vengono uccisi due detenuti, Jonathan e il giudice colpito da due pallottole mortali, una proveniente dall’interno della macchina, una dall’esterno.


Le armi usate da Jonathan Jackson erano state acquistate da Angela Davis. Dieci giorni dopo l’FBI emette un mandato di cattura inserendola tra i dieci ricercati più pericolosi d’America.


Foto di George Jacson: freedom archives


George Jackson Lives: Malaquias Montoya 1976 litografia offset su carta – Smithsonian Art Museum

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